In breve: più lavoro con gli agenti IA, meno mi interessa il “wow” — il vero tema è il caos che produciamo a una velocità che nessuno riesce più a tenere in ordine da solo. Questo blog nasce per raccontare il presente disordinato, non il futuro.
Quando ChatGPT smette di essere una novità e diventa lavoro
Non mi ricordo nemmeno bene quando ho iniziato a usare ChatGPT davvero.
All’inizio era poco più di una scorciatoia. Una regex. Un pezzo di CSS. Una funzione veloce invece di perdere venti minuti su Stack Overflow. Niente di speciale.
- “Fammi questa regex”
- “Perché questo CSS si rompe?”
- “Mi sistemi questa query SQL?”
Poi però, senza nemmeno accorgermene troppo, ChatGPT ha iniziato a stare sempre aperto. E credo sia successo a tantissime persone. Prima era una cosa da provare. Poi è diventato uno strumento. Poi una presenza costante nel lavoro.
L’intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano
La parte strana è che fuori sembra ancora tutto “wow”. Dentro invece è già diventato lavoro vero. Non nel senso filosofico del termine. Nel senso pratico, confusionario e operativo.
Apri VS Code. Apri una chat. Poi un’altra. Poi un agente. Poi devi ricordarti quale modello stava facendo cosa, quale branch aveva senso, quale idea sembrava geniale tre giorni fa e oggi invece sembra una pessima decisione architetturale.
L’AI accelera tantissimo una cosa specifica:
la capacità di creare complessità.
E questa cosa la capisci davvero solo quando inizi a usare gli agenti tutti i giorni.
Il vero problema degli agenti AI: il caos che producono
Succede questo.
Parti da un progetto piccolo. L’agente fa alcune scelte architetturali. Sembrano buone. Anzi, spesso sono pure meglio di quelle che avresti fatto di fretta da solo.
Si va avanti. Si produce velocemente. Molto velocemente.
Poi, dopo due settimane, ti accorgi che metà dei componenti andrebbero rifatti perché il progetto è cresciuto in una direzione che all’inizio nessuno aveva previsto.
Allora inizi ad aggiungere roba:
- una tabella nuova;
- una tabella ponte;
- uno script SQL temporaneo;
- una migrazione “solo per questa volta”;
- un fix veloce che poi rimane nel progetto per mesi.
Quattro settimane dopo hai venticinque file SQL inutili nel repository, usati una volta sola per alterare qualcosa al volo.
E ogni tanto vedi l’agente che li apre. E lì succede una cosa stranissima: non sai se fermarlo oppure lasciarlo andare per vedere se capisce da solo che sta leggendo archeologia software.
Perché il problema non è che l’AI scrive male codice. Il problema è che produce codice, file, idee, patch e workaround più velocemente di quanto una persona riesca a mantenere ordine.
Usare davvero l’AI significa supervisionare
La verità è che quando lavori davvero con gli agenti inizi a fare un mestiere nuovo.
Non stai solo programmando.
Stai supervisionando un sistema che produce codice abbastanza velocemente da superare la tua capacità naturale di mantenere ordine. E la sensazione è stranissima, perché alcune volte sembra magia e altre volte sembra di lavorare con un collega geniale ma ingestibile.
Quel collega lascia aperte quarantadue tab del browser, crea script temporanei, rinomina male i file, prende decisioni permanenti per risolvere problemi temporanei e ogni tanto dimentica completamente il contesto.
Solo che quel collega sei anche tu.
Le persone stanno già usando l’AI male, bene e a metà
La parte che mi interessa davvero dell’intelligenza artificiale non è capire dove arriveremo. È osservare cosa succede adesso alle persone normali che iniziano a lavorarci tutti i giorni.
Perché fuori si parla tantissimo di:
- produttività;
- automazione;
- rivoluzione;
- futuro del lavoro.
Poi però nella vita vera succedono anche altre cose.
- Si copiano analisi generate senza rileggerle.
- Si leggono documenti di ChatGPT in call lasciando pure le emoji.
- Si risponde alle email senza aver capito la domanda.
- Si approvano idee che nessuno ha veramente approfondito.
- Si produce una quantità enorme di roba “abbastanza giusta”.
L’AI non sta solo aumentando la produttività.
Sta aumentando la quantità di cose plausibili che possiamo produrre senza comprenderle fino in fondo.
E questa cosa, secondo me, è molto più interessante del solito dibattito “l’AI sostituirà i lavori?”.
Perché nasce “Hai un’IA?”
Io stesso sono probabilmente uno di quelli più entusiasti che conosco su questa roba. Continuo a fare esperimenti, workflow improbabili, tool usati nel modo sbagliato e agenti che fanno cose per cui teoricamente non erano nemmeno pensati.
Però più li uso, meno mi interessa il “wow”. Perché il vero spettacolo ormai è il caos che si crea intorno:
- i contesti persi;
- i commit lasciati lì;
- le conversazioni dimenticate;
- le decisioni prese a metà;
- i progetti che dopo una settimana sembrano scritti da cinque persone diverse.
Anche quando eri da solo.
Forse “Hai un’IA?” nasce proprio per questo.
Non per spiegare il futuro. Ma per raccontare cosa succede quando strumenti che sembravano fantascienza iniziano a entrare nei lavori normali, nelle aziende normali e nelle giornate normali.
E soprattutto nelle mani di persone che, fino a due anni fa, questa roba non l’avevano mai nemmeno aperta.
